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63° Anniversario della Liberazione

Orazione del Sindaco per il 25 aprile

 

Torno a ringraziare ancora una volta voi tutti oggi presenti alla celebrazione del sessantatreesimo anniversario del 25 aprile: come di consueto la presenza dei cittadini, dei rappresentanti del popolo eletti nelle istituzioni, dei responsabili degli uffici dello Stato operanti sul territorio della nostra provincia, delle associazioni combattentistiche, d’arma e partigiane rende visibile l’attenzione e la sensibilità di una comunità per i valori che questa ricorrenza ripropone. Ed è proprio il senso di questa giornata che ci interroga: il suo valore fondativo e costitutivo della nostra convivenza repubblicana e democratica offre sempre nuovi spunti alla nostra comune riflessione e rivela l’inesauribile vitalità di una celebrazione che ci aiuta a ripensare la nostra vicenda nazionale. In altre parole, misuriamo anche oggi la vitalità della celebrazione del 25 aprile, perché essa ci consente di riproporre una certa idea dell’Italia e di riconoscere la parte migliore di noi e della nostra storia più recente.

Non è questa certamente un’impresa agevole. La percezione che abbiamo oggi di noi stessi è spesso una percezione diffusa di amarezza e di frustrazione. Amarezza e frustrazione per le difficoltà oggettive nelle quali ci dibattiamo e per l’inadeguatezza della politica di offrire risposte di speranza e di fiducia, amarezza e frustrazione che si iscrivono in quella che qualche settimana fa Barbara Spinelli definiva la logica del risentimento. La paura degli accadimenti presenti e futuri sollecita – e per qualche verso impone – una sorta di ripiegamento difensivistico a tutela di quello che ci sembra di poter preservare e salvare di una condizione sociale che si manifesta come un processo di progressivo e inarrestabile decadimento. E’ questo un rischio gravissimo, perché amarezza, frustrazione, risentimento, ripiegamento generano un’attitudine a considerare il futuro come una scenario pericoloso e insidioso e il passato come una condizione cui guardare con la nostalgia di un tempo felice che non tornerà mai più. In sintesi, noi siamo pronti oggi a mitizzare il passato e a uccidere il futuro. Nulla più e meglio di questa attitudine negativa fotografa lo stato di decadimento e di ripiegamento che la nostra convivenza sociale sta subendo; un popolo dovrebbe invece coltivare l’attitudine opposta,o e cioè uccidere il passato e mitizzare il futuro. Badate: quando dico “uccidere il passato” non intendo certo sostenere la bontà di una rimozione totale di quanto sta alle nostre spalle; intendo invece dire che il passato va assunto e dominato con gli strumenti della consapevolezza e della ragione, sia nei suoi aspetti positivi sia in quelli negativi. “Uccidere il passato” significa non esserne succubi e respingere la tentazione di adagiarvisi di fronte alle difficoltà del presente. Così come la “mitizzazione del futuro” non è un’irrazionale fuga in avanti senza discernimento: è invece l’ottimistica consapevolezza che nel futuro, nel domani, s’annida non un oscuro pericolo che ci travolgerà ma un’opportunità che – grazie alla nostra passione e al nostro lavoro – renderà più bella, più ricca, più prospera, più giusta l’esistenza nostra e degli altri uomini. La parte più bella della nostra vita è quella che deve ancora giungere. Oggi invece la logica del risentimento genera frutti avvelenati, che ben si rivelano nell’enfatizzazione di quelli che chiamo i valori divisivi. Sono quei valori che si affermano per opposizione, che tendono a separare e non a unire, che vorrebbero essere una risposta a problemi grandi ma che si risolvono in risposte semplicistiche e falsamente rassicuranti, ridotte a slogan e a parole d’ordine destinate a mostrare già nel breve periodo un insuperabile limite intrinseco. Sono valori divisivi l’uso ideologico della religione, che dismette consapevolmente il suo afflato universalistico per ergersi a difesa di interessi particolari; l’enfatizzazione del recinto etnico come baluardo contro la diversità; la difesa oltranzistica del territorio, inteso come luogo perennemente minacciato; il riduzionismo localistico come formula magica per risolvere tutti i problemi che confusamente percepiamo; infine, la tentazione autarchica, ovvero l’illusione di potere risolvere da soli e semplicisticamente le difficoltà che ci assediano e ci spaventano. In ultima analisi, i valori divisivi sono perfettamente funzionali all’affermazione e al rafforzamento di un’identità chiusa.

Altra invece è la lezione che a noi proviene dal 25 aprile. Non la logica del risentimento, ma la logica del riscatto e della rinascita. Se noi consideriamo la vicenda della Liberazione, possiamo scorgere la tensione fortissima – e alla fine vincente – di affermare valori unitivi e non divisivi. Senza questa tensione unitiva, che pure doveva affermarsi dentro un quadro di lacerazione immane che la guerra e la divisione degli Italiani avevano prodotto, l’Italia non avrebbe conosciuto lo straordinario riscatto civile, morale, sociale, economico che ci ha accompagnato dal dopoguerra e per molti decenni sino ad oggi. Davvero allora il popolo italiano ha saputo uccidere il passato e abbracciare il futuro come orizzonte naturale del suo riscatto nazionale. Dall’evento della Liberazione sono dunque scaturiti valori alti, come sintesi armoniosa di idealità diverse. E d’altro canto l’identità di un popolo si deve costruire per addizione e non per sottrazione; e non potranno certo essere i valori divisivi sopra richiamati a renderci migliori.

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Concludo questa riflessione a voce alta con un riferimento locale, che ci onora e ci inorgoglisce perché fa emergere naturalmente quell’idea d’Italia che nel 25 aprile riconosciamo. In questo momento, mentre io vi parlo, a Roma, all’Altare della Patria, Gianni Saffaglio riceve dalle mani del Presidente Giorgio Napolitano la medaglia d’oro al merito civile concessa a sua madre, Teresa Binda, fucilata dai nazisti a Beura Cardezza il 27 giugno 1944. Gianni Saffaglio è stato partigiano in Val Grande e lì sua madre lo raggiunse nel giugno del ’44; non potè rientrare a casa, a Suna, perché in quei giorni si scatenò il rastrellamento nazifascista. Teresa Binda seguì la colonna partigiana verso Finero e lì il figlio l’affidò a una famiglia di contadini. Tornata a Suna, Teresa fu catturata dai fascisti delle Brigate Nere nella sua casa di via Gioberti. Trasferita prima a Villa Caramora a Intra e poi alle carceri di Domodossola, fu picchiata, torturata e infine fucilata insieme al gappista intrese Otello Mapelli, al carabiniere-partigiano Cesare Badella e ad altri sei giovani cui fece da madre nel momento tragico e solenne della morte.

Ora, il sacrificio di mamma Teresa, rimasta presto vedova con quest’unico figlio, viene onorato dal Presidente della Repubblica all’Altare della Patria.  E noi aggiungiamo la sua memoria accanto a quella di uomini e donne a cui l’Amministrazione Comunale in questi ultimi anni ha voluto dedicare luoghi e spazi della nostra città, perché sia messa al riparo dall’oblìo quell’idea dell’Italia che ci ha fatto liberi: dell’infermiera “medico di Brigata” Maria Peron parla la scuola elementare di S. Anna; di Nino Chiovini, “Peppo”, parla il parco di Biganzolo. Dell’eroismo collettivo della città di Verbania parla la medaglia d’oro al merito civile che ho ricevuto dalle mani del Presidente Ciampi nell’ottobre del 2005; della dedizione della crocerossina Maria Vittoria Zeme dirà un  percorso che la Giunta si accinge a intitolarle a Pallanza.

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La vicenda di questa donna mi è stata raccontata nelle settimane scorse da Gianni Saffaglio, Giannino, con grande lucidità, passione e dignità. Una testimonianza di grande valore. Prima di congedarsi, Giannino mi ha narrato un episodio apparentemente minimo, che – pur a distanza di moltissimi anni – lo commuoveva ancora profondamente. A Liberazione avvenuta, il giovane Saffaglio si trovava sul lungolago di Pallanza. Spaesato e confuso. Solo. Non possedeva altro che il moschetto, un paio di calzoni sdruciti e una camicia: i fascisti che avevano catturato Teresa non avevano certo risparmiato la sua casa e pochi beni che la donna possedeva. Lì, sul lungolago, Gianni Saffaglio viene chiamato da Ettore Franzi, commerciante d’abiti, e invitato nel negozio per potersi rivestire dopo un anno di vita alla macchia. Un episodio solo apparentemente minimo, dicevo: nell’intensa commozione di Saffaglio si rivela infatti la consapevolezza di un’esistenza che riprende dopo l’intermezzo tragico e straordinario della Resistenza. La nuova esistenza ricomincia da una reciproca riconoscenza: quella di un civile per il giovanissimo partigiano che tutto ha messo in gioco per la libertà dell’Italia e quella del partigiano per un uomo che con un gesto semplice e immediato di generosa solidarietà lo ha riaccolto nella comunità civile che proprio allora rinasceva.

In Gianni Saffaglio e in Ettore Franzi si rivela forse meglio che in molte parole quell’idea dell’Italia  che costituisce ancora oggi il lascito preziosissimo del 25 aprile.

                                                                                           Claudio Zanotti


Verbania-Intra, 25 aprile 2008